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Charlotte Roche - Zone umide
il mer 03 dicembre 2008
da Alessandro Lista autori
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zone umide“Che io ricordi, ho sempre avuto le emorroidi”
 
Questo l'incipit del romanzo di Charlotte Roche che ha avuto nei mesi scorsi un grande successo di vendite in quella che una volta veniva definita come l'Europa centr ale .
E l'incipit di suo ci fornisce, se vogliamo, elementi importanti per comprendere sia lo stile con cui è scritto questo libro, che il punto di vista dell'io narrante. Una sorta di chiave di lettura che si ripeterà più o meno sempre ugu ale durante il corso di tutta la storia.
 
L'io narrante, il personaggio che racconta in prima persona, come in un diario ment ale , è una ragazza diciottenne Helen , che si trova in osped ale , reparto proctologia , a causa di un'infezione an ale dovuta ad una depilazione approssimativa. E nel corso di questi giorni di degenza nasce il filo narrativo di Zone umide che conduce il lettore in una sorta di disvelamento dei pensieri più reconditi, delle bizzarrie, delle pulsioni della protagonista. Il rapporto con le parti sessuali del proprio corpo, con i propri fluidi, odori, ad esempio la dissertazione su cosa sia lo smegma , le avventure sessuali con l'altro sesso (e non solo), le abitudini e certe pratiche erotiche considerate inconfessabili. Come dic eva mo, tutto ciò emerge in qualche modo dall'incipit. Poche parole, un'unica frase pronunciata seccamente, da cui traspare il tono apodittico, l'assoluto-assoluto con cui il personaggio, Helen , che potrebbe essere considerata poco più che una ragazzina ma che in realtà ha un pesante fardello di vita vissuta alle spalle, narra la sua “ educazione sentiment ale ”. Un'educazione il cui punto di partenza è il rifiuto dei modelli consueti, il cui humus di crescita è stato una famiglia disgregata, ovvero un'assenza di affetti, un rapporto difficile coi propri genitori, i quali (esplicitamente quando racconta del tentativo di suicidio della madre in cui era stato volontariamente coinvolto il fratello, anni prima, e che Helen per molti tratti del racconto non riesce a distinguere se sia frutto della sua immaginazione o un fatto realmente accaduto) forse sono più contorti, più “contaminati”, più compromessi con un mondo di precaria apparenza e falsità di quanto non lo sia lei. Ma, come in uno specchio in cui si vede riflessa, la protagonista pur facendo propria questa estrema precarietà, cerca di risolverne il groppo in modo opposto a quello dei genitori, ovvero rifiutando le apparenze, confessando l'inconfessabile attraverso uno stile all'apparenza vivo, fresco, diretto.
 
Un romanzo a tratti aspro, lontano da un fare letteratura nel senso più estetico e classico del termine, che respinge e a volte nausea. Tuttavia, sia pur con evidenti limiti stilistici (forse anche dovuti ad una traduzione non perfetta come avrebbe potuto essere), ha in sé anche un elemento importante: quello di riuscire a volte, attraverso un andamento introspettivo ed interiorizzante tipico della letteratura nordeuropea, a far emergere la pagina scritta, a darle quasi una consistenza sensoria, a trasmettere l'esperienza di odori e sapori che troppo spesso invece si perdono nei paludamenti e nelle convenzioni di troppa letteratura che circola per le librerie. A Charlotte Roche bisogna riconoscere questo tentativo, seppur non perfettamente riuscito, di adeguarsi ad un'ide ale poetico che forse è uno dei più vivi ed innovativi del panorama contemporaneo (un titolo su tutti: Anversa di Roberto Bolano ).
Certo, vi sono anche non pochi rovesci della medaglia, da più parti evidenziati, come la sensazione (pesante) che l'autrice spesso giri a vuoto nel tentativo fine a se stesso di stupire ad ogni costo, di scandalizzare , di scandagliare in modo spettacolarizzato e tutto di facciata attorno ad una serie di temi ritenuti particolarmente scabrosi. Ma anche quella frase, dopo la metà del libro:
 
“Cosa posso fare per eva dere dalla mia prigione di solitudine? Potrei riflettere su tutte le cose utili che ho imparato nella mia breve vita. Scommetto che ci vorrebbe parecchio tempo, almeno due minuti buoni”
 
che se può per certi versi dare la sensazione di essere ben riuscita, in realtà rende la sensazione che tutto il libro sia un gioco, un qualcosa a cui l'io narrante e, per interposta persona, l'autore stesso conceda poco credito e valore. Una frase che se da una parte avrebbe voluto dare il segn ale di una svolta nella visione del mondo della protagonista, preparando quello che poi sarebbe stato il fin ale , dall'altra porta in sé una demistificazione ed una corrosività che può arrivare a coinvolgere l'impianto costruttivo del romanzo nella sua interezza.
 
Quindi un romanzo con molti limiti ma che merita una lettura da parte di quei lettori che, al di là di quelli, sanno cogliere anche l'innovatività delle idee, dei temi e delle strutture narrative. E, perché no, di una visione del mondo che non è solo frutto di invenzione letteraria.

Risorse e riferimenti bibliografici:

http://www.kaleydoslibri.it/index.php?main_page=product_book_info&products_id=8249
 



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zone umide“Che io ricordi, ho sempre avuto le emorroidi”
 
Questo l'incipit del romanzo di Charlotte Roche che ha avuto nei mesi scorsi un grande successo di vendite in quella che una volta veniva definita come l'Europa centr ale .
E l'incipit di suo ci fornisce, se vogliamo, elementi importanti per comprendere sia lo stile con cui è scritto questo libro, che il punto di vista dell'io narrante. Una sorta di chiave di lettura che si ripeterà più o meno sempre ugu ale durante il corso di tutta la storia.
 
L'io narrante, il personaggio che racconta in prima persona, come in un diario ment ale , è una ragazza diciottenne Helen , che si trova in osped ale , reparto proctologia , a causa di un'infezione an ale dovuta ad una depilazione approssimativa. E nel corso di questi giorni di degenza nasce il filo narrativo di Zone umide che conduce il lettore in una sorta di disvelamento dei pensieri più reconditi, delle bizzarrie, delle pulsioni della protagonista. Il rapporto con le parti sessuali del proprio corpo, con i propri fluidi, odori, ad esempio la dissertazione su cosa sia lo smegma , le avventure sessuali con l'altro sesso (e non solo), le abitudini e certe pratiche erotiche considerate inconfessabili. Come dic eva mo, tutto ciò emerge in qualche modo dall'incipit. Poche parole, un'unica frase pronunciata seccamente, da cui traspare il tono apodittico, l'assoluto-assoluto con cui il personaggio, Helen , che potrebbe essere considerata poco più che una ragazzina ma che in realtà ha un pesante fardello di vita vissuta alle spalle, narra la sua “ educazione sentiment ale ”. Un'educazione il cui punto di partenza è il rifiuto dei modelli consueti, il cui humus di crescita è stato una famiglia disgregata, ovvero un'assenza di affetti, un rapporto difficile coi propri genitori, i quali (esplicitamente quando racconta del tentativo di suicidio della madre in cui era stato volontariamente coinvolto il fratello, anni prima, e che Helen per molti tratti del racconto non riesce a distinguere se sia frutto della sua immaginazione o un fatto realmente accaduto) forse sono più contorti, più “contaminati”, più compromessi con un mondo di precaria apparenza e falsità di quanto non lo sia lei. Ma, come in uno specchio in cui si vede riflessa, la protagonista pur facendo propria questa estrema precarietà, cerca di risolverne il groppo in modo opposto a quello dei genitori, ovvero rifiutando le apparenze, confessando l'inconfessabile attraverso uno stile all'apparenza vivo, fresco, diretto.
 
Un romanzo a tratti aspro, lontano da un fare letteratura nel senso più estetico e classico del termine, che respinge e a volte nausea. Tuttavia, sia pur con evidenti limiti stilistici (forse anche dovuti ad una traduzione non perfetta come avrebbe potuto essere), ha in sé anche un elemento importante: quello di riuscire a volte, attraverso un andamento introspettivo ed interiorizzante tipico della letteratura nordeuropea, a far emergere la pagina scritta, a darle quasi una consistenza sensoria, a trasmettere l'esperienza di odori e sapori che troppo spesso invece si perdono nei paludamenti e nelle convenzioni di troppa letteratura che circola per le librerie. A Charlotte Roche bisogna riconoscere questo tentativo, seppur non perfettamente riuscito, di adeguarsi ad un'ide ale poetico che forse è uno dei più vivi ed innovativi del panorama contemporaneo (un titolo su tutti: Anversa di Roberto Bolano ).
Certo, vi sono anche non pochi rovesci della medaglia, da più parti evidenziati, come la sensazione (pesante) che l'autrice spesso giri a vuoto nel tentativo fine a se stesso di stupire ad ogni costo, di scandalizzare , di scandagliare in modo spettacolarizzato e tutto di facciata attorno ad una serie di temi ritenuti particolarmente scabrosi. Ma anche quella frase, dopo la metà del libro:
 
“Cosa posso fare per eva dere dalla mia prigione di solitudine? Potrei riflettere su tutte le cose utili che ho imparato nella mia breve vita. Scommetto che ci vorrebbe parecchio tempo, almeno due minuti buoni”
 
che se può per certi versi dare la sensazione di essere ben riuscita, in realtà rende la sensazione che tutto il libro sia un gioco, un qualcosa a cui l'io narrante e, per interposta persona, l'autore stesso conceda poco credito e valore. Una frase che se da una parte avrebbe voluto dare il segn ale di una svolta nella visione del mondo della protagonista, preparando quello che poi sarebbe stato il fin ale , dall'altra porta in sé una demistificazione ed una corrosività che può arrivare a coinvolgere l'impianto costruttivo del romanzo nella sua interezza.
 
Quindi un romanzo con molti limiti ma che merita una lettura da parte di quei lettori che, al di là di quelli, sanno cogliere anche l'innovatività delle idee, dei temi e delle strutture narrative. E, perché no, di una visione del mondo che non è solo frutto di invenzione letteraria.

Risorse e riferimenti bibliografici:

http://www.kaleydoslibri.it/index.php?main_page=product_book_info&products_id=8249
 


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